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Ascoltare cio' che siamo

Riflessioni intorno ad un approccio “dolce” allo yoga

ascoltare se stessiQuando si programmano proposte di avvicinamento “dolce” allo Yoga, le linee-guida possono essere molteplici.

Risulta importante innanzitutto poter offrire una pratica “calibrata“ a degli studenti interessati a prendersi cura delle proprie articolazioni, della mobilità della schiena, delle tensioni e dei blocchi accumulati nelle varie parti del corpo nel corso del tempo.

La modalità di approccio assume caratteristiche di delicatezza e accoglienza, per rassicurare quanti, di fronte ai cambiamenti del corpo dovuti all'invecchiamento o di fronte ai  limiti determinati da eventi esterni o da particolari stili di vita, desiderano trovare uno spazio adeguato di rispetto e di accettazione, senza doversi attenere a modelli precostituiti e inadeguati in termini di prestazione. Interessante anche nella proposta poter mettere a disposizione, facendone acquisire la competenza necessaria, una serie di strumenti di protezione con l'uso in particolare di supporti  facilitatori per  l'esecuzione di esercizi, movimenti e posizioni della pratica tradizionale dello yoga altrimenti poco percorribili.

Questo orientamento tuttavia ancora assegna ad un “esterno” il compito di occuparsi del corpo, vuoi che si tratti di un “luogo”, o di una guida, o di una tecnica, o di un oggetto. Alla base, l'idea che sia comunque utile allenare il fisico, manipolarlo, trasformarlo, ripararlo, diventarne “ padroni” per non esserne “vittime”.

Ritengo, anche sulla base del percorso esperienziale che sto facendo con un gruppo di  principianti adulti-maturi, che vada tenuto in considerazione un ulteriore e primario obiettivo: sviluppare la capacità percettiva degli allievi, favorendone la concentrazione, il contatto con il proprio corpo e più in generale l'apprendimento di sé in una dimensione di consapevolezza responsabile. L'osservazione attenta e il più possibile neutra delle varie parti della nostra “casa-corpo” (non più identificandosi con “la buccia”- come diceva Paolo Menghi - , ma diventando gli “abitatori di una forma”), la percezione del loro funzionamento, delle loro interconnessioni e l'esperienza dei propri schemi di movimento diventano elementi determinanti per un ritorno all'”interno”, per una individuale ed autonoma “presa in consegna”, in grado anche di  mettere a punto modalità personali di auto-protezione e riparazione.

Non basta  favorire lo studio del corpo in termini anatomici (studio peraltro non trascurabile se pensiamo a quanto  poco sia praticato dalla maggioranza dei non addetti ai lavori fin dall'età scolare), ma occorre sviluppare attenzione a ciò' che accade all'interno di esso, riferendosi alla persona nel suo insieme e al significato del nostro essere. D'altronde, l'aspetto che spesso risulta più evidente nell'approccio alla pratica da parte dei principianti adulti-maturi è proprio la scarsa abitudine ad una “percezione interiore”. Come se nel corso degli anni si fosse interrotto il dialogo  con il loro interno, sovrapponendo a questa mancanza una serie di azioni e pensieri su cosa “fare” per il loro corpo-macchina che da' segnali di disfunzione: una terapia, un addestramento, un allenamento, un “restauro”, per non “sentire” i segni dell'invecchiamento, per non “sentire” dolore e rigidità.

 La difficoltà a tenere gli occhi chiusi durante la pratica, ad abbandonarsi al peso del proprio corpo e alla forza di gravità anche in una posizione di rilassamento, a mantenere uno stato di concentrazione sui movimenti eseguiti, o in una condizione di staticità, segnalano la necessità di un approccio che favorisca il ristabilimento della comunicazione  interrotta per  consentire il passaggio delle informazioni sensoriali, oltre gli adattamenti e gli automatismi.

Si tratta di accompagnare i praticanti in un costante esercizio di attenzione cosciente alle sensazioni suscitate nelle varie parti del corpo da posizioni o movimenti, in una sorta (questa volta sì !) di allenamento all'ascolto e al contatto.

Per favorire questo tipo di approccio si rende necessaria  una particolare attenzione al gesto respiratorio. Se la decontrazione dei muscoli è strettamente connessa alla nostra capacità di respirare completamente, importante diventa la conoscenza dei movimenti respiratori, il riconoscimento delle forze che entrano in gioco affinché il movimento si realizzi, la sperimentazione dei diversi tipi di respirazione. Se ogni blocco del respiro è blocco del fluire dell'energia, offrire una minore resistenza nell'inspirare dopo aver fatto spazio dentro attraverso una espirazione completa, diventa un modo per ristabilire equilibrio e sintonia ai diversi  livelli del nostro stato. Collegarsi al respiro diventa l'occasione per mettere insieme “interno” ed “ esterno”, portando dentro il fuori e restituendo con fiducia al fuori ciò che è dentro, in uno scambio continuo.

A questo punto si aprono spazi più ampi (di ricerca e di sperimentazione) dove il lavoro sul corpo diventa una pratica meditativa riferita alla semplice e complessa  materia vivente che ci definisce.

Daniela Zanolin

 

 

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